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Da Sharp a Betsson, gli sponsor che hanno scritto la storia del calcio
La notizia ha fatto il giro degli addetti ai lavori in poche ore: nessuna multa per l'Inter dopo aver indossato la maglia con il logo Betsson Sport nella trasferta contro il Bodo/Glimt, disputata lo scorso 18 febbraio all'Aspmyra Stadion per la fase a gironi di Champions League. L'autorità norvegese per il gioco d'azzardo, il Lotteritilsynet, aveva aperto un caso formale dopo la partita, dal momento che la legislazione locale vieta rigorosamente le sponsorizzazioni da parte di operatori di scommesse privati, riservando la pubblicità ai soli enti statali Norsk Tipping e Norsk Rikstoto.
La questione si è risolta senza conseguenze per il club nerazzurro, che aveva dichiarato di aver ricevuto il via libera dalla propria federazione. Un caso che ha riacceso il dibattito sulle differenze normative tra i vari paesi europei in materia di gambling e sport. In Italia, dove la pubblicità diretta del gioco d'azzardo è vietata dal Decreto Dignità del 2018, Betsson ha aggirato il problema marchiando lo sponsor come "Betsson.Sport", presentandolo come piattaforma di sport e infotainment. L'accordo, del valore record per l'Inter, si inserisce in un contesto in cui gli introiti da main sponsor rappresentano una voce sempre più decisiva nei bilanci delle società di Serie A.
Betsson, del resto, è un operatore consolidato a livello internazionale e figura tra i migliori siti AAMS per le scommesse sugli sport, con una presenza ormai capillare nel panorama delle partnership sportive europee.
Ma il legame tra sponsor e maglie da calcio va ben oltre le strategie di marketing contemporanee. Alcune partnership hanno saputo imprimersi nell'immaginario collettivo, diventando inseparabili dall'identità stessa dei club. Impossibile pensare al Manchester United degli anni Novanta senza il logo Sharp sul petto, compagno fedele delle imprese di Eric Cantona e Ryan Giggs in quella che resta una delle ere più gloriose dei Red Devils. Quella scritta bianca su fondo rosso ha accompagnato il club per oltre un decennio, dal 1982 al 2000.
In Italia, il binomio Pirelli-Inter ha resistito per ben 26 stagioni, dal 1995 al 2021, attraversando generazioni di tifosi e diventando un elemento grafico quasi strutturale della maglia nerazzurra. L'Opel sul petto del Milan di Arrigo Sacchi e poi di Fabio Capello ha significato invece gli anni degli Immortali e dei trionfi europei, un periodo in cui il Diavolo dominava il calcio continentale. Come documentato dalla UEFA, quelle squadre hanno riscritto la storia delle competizioni per club.
Anche oltremanica si trovano esempi indimenticabili: la JVC sull'Arsenal di George Graham e poi di Arsene Wenger, presente dal 1981 al 1999, oppure la Carlsberg che ha marchiato il Liverpool per quasi vent'anni. In tempi più recenti, il dominio di Fly Emirates ha ridefinito le regole del gioco, legando il proprio nome a Real Madrid, Arsenal, Milan e PSG in una strategia globale senza precedenti.
Oggi il panorama è profondamente cambiato. Le cifre in gioco sono enormi e le trattative per uno spazio sulla maglia coinvolgono fondi sovrani, colossi tecnologici e, appunto, operatori del settore betting. L'Inter stessa, protagonista anche nella prossima Champions League, ha scelto con Betsson un partner che riflette questa evoluzione. Il caso norvegese dimostra però che le regole del gioco cambiano da paese a paese, e che la convivenza tra sport e scommesse resta un tema aperto.
Quel che è certo è che le maglie da calcio continueranno a essere molto più di semplici divise: sono tele su cui si scrive la storia del gioco più amato al mondo, un incontro tra passione sportiva e dinamiche economiche che, nel bene e nel male, definisce il calcio moderno.
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